Odessa, 2026. Arrivare in questa città ucraina significa affrontare un viaggio di circa 190 chilometri dalla frontiera con la Moldavia. Un percorso lento, scandito da controlli e file interminabili, che racconta già molto della situazione attuale. L’aeroporto è chiuso, ma gli autobus continuano a viaggiare quasi senza interruzione tra Chisinau e Odessa. Lungo la strada, i campi di girasoli e il blu del cielo accompagnano il viaggio, ricordando i colori della bandiera ucraina.
La guerra è ovunque, ma la vita continua. Le stoppie nei campi testimoniano che il raccolto c’è stato, e operai lavorano per preparare nuove coltivazioni. Tuttavia, i cavalli di frisia e i check point ricordano costantemente che siamo in un Paese in guerra. Un uomo di circa quarant’anni, responsabile dei controlli e con un braccio mancante, è un simbolo di resistenza e adattamento.
I cimiteri di Odessa: un ricordo tangibile della guerra
Il cimitero alle porte di Odessa è un luogo che tocca profondamente. Le bandiere dei caduti sventolano nel vento, e le lapidi raccontano storie di giovani nati dopo il 2000 e morti poco dopo aver compiuto vent’anni. È difficile attraversare questo luogo senza fermarsi a riflettere. La guerra, che fino a quel momento è stata una parola, diventa improvvisamente una successione di nomi, volti, età. Persone che avevano una famiglia, degli amici, un futuro.
Ad Odessa, la guerra entra anche attraverso i suoni. Gli allarmi per gli attacchi russi accompagnano la vita quotidiana, intensificandosi soprattutto di notte. Tra i pensieri raccolti, colpisce la testimonianza di alcuni militari ucraini che pregano per i soldati russi uccisi da loro. Sono uomini che devono uccidersi reciprocamente, ma che riconoscono nell’altro un essere umano. C’è dolore, c’è la necessità di difendere la propria terra, ma non necessariamente odio.
La memoria e la resistenza degli odessiti
Il Viale degli eroi è un luogo di memoria e affetto. Migliaia di fotografie di militari morti sono esposte, e i familiari arrivano per deporre un fiore o accendere una candela. La memoria diventa il luogo in cui l’eroismo per la patria e l’affetto per la famiglia si incontrano. Le stesse foto e bandiere si possono trovare in molti altri posti, anche vicino alla scalinata Potemkin, dove due bambine sedute su una panchina vegliano sulla foto di qualcuno che potrebbe essere il loro padre.
Durante i giorni della missione ‘Adesso-Odesa’, la convinzione della pace è emersa in forme diverse. Angelo Moretti, responsabile del Ceam, ha parlato della necessità di cercare una strada verso la pace, pur riconoscendo che nessuno possieda una ricetta per avviare il dialogo. Da qui il rilancio dell’idea dei corpi civili di pace e il sogno di un’Europa nella quale milioni di persone possano muoversi per difendere la pace senza armi.
Il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas, ha richiamato il valore della mediazione della Santa Sede e del card. Zuppi, anche sul tema dei prigionieri, non solo ucraini ma anche russi. Ha sottolineato la necessità di ascoltare il messaggio di pace di Papa Leone XIV e l’importanza dei cappellani militari, chiamati a stare accanto a uomini caricati dalla rabbia e dal peso della guerra.
La resistenza di Odessa: una scelta di vita
Ad Odessa, ognuno dei residenti sembra impegnato, anima e corpo, a resistere. Non soltanto per una questione di principio, ma per quello che considerano il proprio modo di vivere. Guardare verso ovest invece che verso est, scegliere la democrazia, non può essere per loro una condanna, ma una strada da percorrere. Questa non è soltanto la guerra dell’Ucraina. Come tutte le guerre, è la guerra dell’uomo. Non muoiono sconosciuti: muoiono esseri umani.



