Mentre il mondo del rugby si prepara a un nuovo capitolo della storica rivalità tra Sudafrica e Nuova Zelanda riscopriamo un episodio che ha segnato per sempre la memoria collettiva dello sport: il volo del Boeing 747 sopra l’Ellis Park di Johannesburg durante la finale della Coppa del Mondo 1995.
Quel giorno, il 24 giugno di 31 anni fa, il pilota Laurie Kay scrisse una pagina di storia con un’impresa che univa audacia, precisione e un pizzico di follia. Un gesto che, ancora oggi, viene ricordato come uno dei momenti più iconici del rugby mondiale.
L’impresa di Laurie Kay: quando un Jumbo sfiorò le tribune
Immagina un Boeing 747, lungo 70 metri e largo 60, che sfiora le tribune di uno stadio gremito di 62mila spettatori. È esattamente ciò che accadde quel giorno a Johannesburg. Il Jumbo, pilotato da Kay, passò a soli 60 metri dalle teste degli spettatori, lasciando tutti senza fiato. La scritta GOOD LUCK BOKKE dipinta sotto la fusoliera divenne un simbolo di quella che fu definita la più folle missione dell’aviazione civile moderna.
L’idea di questo volo spettacolare nacque dalla volontà di aumentare l’adrenalina già alle stelle per quella finale. Come raccontano Edward Griffiths in One Team, One Country e John Carlin in Ama il tuo nemico l’impresa fu preparata nel più assoluto segreto. Persino Nelson Mandela allora presidente del Sudafrica, non ne fu informato.
La preparazione di un’impresa senza precedenti
Kay, un pilota sudafricano di origini inglesi, aveva conosciuto Mandela durante una trasvolata dal Brasile al Sudafrica. Affascinato dal carisma del leader, accettò la sfida di pilotare il Jumbo in una manovra che avrebbe richiesto precisione millimetrica. Lo stadio Ellis Park, situato a 1.600 metri di quota nel veld del Transvaal (oggi Gauteng), era circondato da palazzi e grattacieli, rendendo la missione ancora più complessa.
Il piano di volo prevedeva di passare sopra lo stadio due volte, esattamente alle 14:32:45 e poi dopo 90 secondi. Kay effettuò voli di prova con un aereo da turismo e studiò le manovre nel simulatore, ma nulla poteva prepararlo alla realtà di quel giorno. Il governo sudafricano dichiarò una no-fly zone di 9 chilometri attorno allo stadio e derogò alle leggi che fissavano l’altitudine minima per i sorvoli delle città a 600 metri.
Il momento che fece tremare lo stadio
Quando il Jumbo passò sopra l’Ellis Park, il boato fu tale da far tremare le fondamenta dello stadio. I cronisti italiani presenti abbassarono istintivamente la testa, credendo che qualcosa di catastrofico stesse accadendo. La sagoma del Jumbo coprì tutto il cielo, creando un’eclissi accompagnata da un terremoto sonoro. La paura si trasformò in esultanza quando tutti lessero la scritta dipinta sul velivolo.
Quel bastardo di Kay come lo definì Louis Luyt presidente della federugby sudafricana, aveva superato ogni aspettativa. Mandela, nella suite centrale, fece un salto come tutti gli altri. Sul Jumbo c’erano solo il comandante, il secondo pilota e l’ingegnere di volo, con i serbatoi riempiti al minimo per alleggerire il velivolo.
Kay ricordò poi di aver cercato di volare nel modo più sicuro ma anche più aggressivo possibile, per far leggere bene la scritta e far sentire il massimo rumore dei motori. Le condizioni meteo ideali aiutarono, ma la responsabilità era tutta sua. Dopo il volo, la corsa verso casa per vedere la partita in tv fu frenetica: l’atmosfera in città era surreale, con le strade deserte mentre 62mila persone erano allo stadio e 45 milioni davanti alla tv.
La finale che cambiò la storia del Sudafrica
Pochi minuti dopo il volo del Jumbo, lo stadio fu scosso dall’ingresso di Mandela con la maglia del capitano Francois Pienaar. La partita finì in parità all’80’, ma nei supplementari il drop di Joel Stransky decise la sorte del match, regalando al Sudafrica la vittoria per 15-12. Quel momento, immortalato nel film Invictus di Clint Eastwood, divenne un simbolo di unità nazionale.
La storia di Laurie Kay e del suo volo folle sopra l’Ellis Park rimane un episodio indimenticabile, un tributo all’audacia e alla passione che rendono il rugby uno sport unico. Un gesto che, ancora oggi, viene ricordato con ammirazione e stupore da tutti gli appassionati.



