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29 Ottobre 2026

La saga di Alberto Ascari, campione italiano di Formula 1

Alberto Ascari rimane l’unico pilota italiano a sollevare il trofeo di Formula 1, grazie a due campionati consecutivi e una vita segnata da passione e tragedia.

La saga di Alberto Ascari, campione italiano di Formula 1

Nel panorama storico della Formula 1 l’ombra di Alberto Ascari è ancora lunga. Dopo i suoi due titoli mondiali del 1952 e 1953 nessun altro pilota italiano è riuscito a replicare l’impresa, rendendo Ascari l’ultimo rappresentante di un Paese che una volta dominava la scena internazionale.

Le radici di una leggenda: la famiglia Ascari e gli inizi nelle corse

Nato a Milano nel 1918, Alberto crebbe in un ambiente permeato di motori e passione per la velocità. Il padre, Antonio Ascari, era già un noto pilota e proprietario di una concessionaria Alfa Romeo, luogo dove trascorrevano spesso anche figure come Enzo Ferrari. Quando Alberto aveva solo sette anni il padre morì in una gara in Francia, un evento che segnò profondamente la sua infanzia ma non ne spezzò il legame con le corse.

All’età di 17 anni il giovane iniziò a partecipare a competizioni motociclistiche, per poi passare, quattro anni dopo, alla storica Mille Miglia, la corsa su strada che fungeva da banco di prova per i talenti emergenti. La Seconda guerra mondiale perse l’opportunità di proseguire la sua carriera, costringendolo a gestire la concessionaria di famiglia, che venne adibita a sostegno logistico per l’esercito italiano.

Dalla rinascita postbellica al dominio in Formula 1

Nel 1947, grazie all’incoraggiamento del collega Luigi Villoresi, Ascari tornò alle piste quasi a trent’anni. Firmò un primo contratto con la Maserati e, due anni dopo, entrò nella nascente scuderia Ferrari. L’anno successivo partecipò alla prima edizione del Campionato mondiale di Formula 1, ideato dalla FIA per dare ordine al calendario internazionale di corse.

Il suo stile di guida era caratterizzato da una precisione quasi chirurgica, in netto contrasto con l’approccio più spericolato di molti contemporanei. Questa filosofia lo portò a contender per il titolo fin dal 1951, quando perse l’ultima gara in Spagna per una scelta di pneumatici sbagliata da parte della Ferrari. Tuttavia, nel 1952 e nel 1953 Ascari conquistò rispettivamente il suo primo e il suo secondo Mondiale, battendo avversari del calibro di Juan Manuel Fangio, Nino Farina e Mike Hawthorn.

Superstizioni e aneddoti personali

Nonostante la sua impostazione razionale, Ascari era notoriamente superstizioso. Il casco blu, i guanti, la maglietta e gli occhialoni dovevano rimanere intatti nella sua valigetta personale; toccarli era considerato un cattivo presagio. Evitava i numeri 13 e 17, e fuggiva a vista di gatti neri. Un episodio famoso narra di come, a Marsiglia, rifiutò di avvicinarsi all’auto dei compagni per cinque giorni perché sopra il cofano vi era un gatto nero, costringendo tutti a spostarsi a piedi o in taxi.

Il 1953, tragedie e l’eredità di un campione

Il campionato del 1953 rimane emblematico non solo per le vittorie di Ascari, ma anche per la sua cruda pericolosità. Fu il primo anno in cui due piloti persero la vita nella 500 Miglia di Indianapolis, allora tappa del mondiale. L’abbigliamento di sicurezza era rudimentale: caschi di sughero senza visiera, assenza di tute ignifughe e nessuna cintura di sicurezza. Anche i meccanici e gli spettatori correvano gravi rischi, poiché le barriere protettive erano quasi inesistenti.

Una tragedia particolarmente drammatica avvenne nella gara di apertura a Buenos Aires, dove una ruota che si staccò ferì dei passanti; successivamente il pilota Nino Farina sbandò per evitare un pedone, finendo nella folla e causando almeno dieci morti e molte ferite. Nonostante le calamità, la popolarità dello sport non diminuì: Ascari, soprannominato “Ciccio”, era acclamato per la sua eleganza in pista e il suo carisma fuori.

Nel 1954 cambiò squadra, passando alla Lancia per motivi economici, ma non riuscì a difendere il titolo, perdendolo contro Fangio alla Mercedes. L’anno successivo, a Montecarlo, subì una caduta spettacolare in porto, riportando solamente una frattura al naso. Quattro giorni dopo, su un circuito di Monza, prese in prestito casco e guanti da un collega, indossò la cravatta nella maglietta e guidò una Ferrari. All’ingresso della curva oggi chiamata “Variante Ascari” la vettura uscì di pista, provocando la sua morte il 26 maggio 1955.

Le cause dell’incidente non furono mai del tutto chiarite, ma il fatto che Ascari morì con lo stesso numero di gare vinte del padre (13) aggiunse un alone di mistero alla sua figura. Trentasette anni dopo, il suo nome è ancora sinonimo di perfezione tecnica, coraggio e, inevitabilmente, di una tragedia che ha segnato la storia della Formula 1.

Autore

Andrea Conforti

Andrea Conforti, 46enne torinese dal look casual e naturale, è un analista tattico che trasforma dati e clip in racconti social. Ricorda quando annotò la rimonta al box stampa dello Stadio Olimpico Grande Torino: da quell'appunto nacque la sua linea editoriale, che propugna spiegazioni visive per il tifoso critico. Dettaglio unico: una stagione allenatore under15 al Chieri e ciclista urbano.