Il ciclismo italiano, un tempo orgoglio nazionale con leggende come Fausto Coppi e Gino Bartali sta vivendo un periodo di profonda crisi. Dai trionfi del passato ai risultati deludenti di oggi, il divario è evidente e preoccupante. Ma cosa sta davvero succedendo?
Nel 2026, il ciclismo italiano ha toccato il fondo con risultati disastrosi. Al Giro d’Italia di maggio, per la prima volta in 109 edizioni, nessun azzurro si è piazzato nei primi sette della classifica generale. Al Tour de France i nostri atleti sono stati dei fantasmi: il migliore, Davide Piganzoli è arrivato solo 14° a oltre un’ora da Tadej Pogacar.
La crisi dei risultati e la mancanza di vittorie
I risultati deludenti non si limitano alle grandi corse a tappe. Nelle 27 gare World Tour disputate nella stagione 2026 fino al 1° agosto, l’Italia ha vinto solo alla Dwars door Vlaanderen con Filippo Ganna. Insieme alla vittoria di Giulio Ciccone a San Sebastian nel 2026, questo è l’unico successo del quadriennio su oltre 140 traguardi disponibili.
La situazione è ancora più preoccupante se si considera che l’Italia è stata leader nel ciclismo per oltre un secolo con campioni come GimondiMoserSaronni e Nibali. Oggi, invece, il nostro paese è all’ultimo posto tra le nazioni ciclistiche.
Il calo dei praticanti e la mancanza di infrastrutture
Un primo elemento di analisi è la riduzione del numero di praticanti. Al 2 agosto 2026, la Federciclismo risultava avere 92.098 tesserati, diecimila in meno rispetto a quattro anni fa. Un’anomalia incredibile è che oltre un terzo dei tesserati sono dirigenti, tecnici o giudici, e un altro 40% sono amatori ultraquarantenni.
I giovanissimi (bambini tra i 6 e i 12 anni) sono circa 15 mila, con un calo del 20% rispetto al 2026. Gli esordienti (dai 13 anni) sono crollati a circa tremila, un numero irrisorio per una nazione di 56 milioni di abitanti. Quattro ragazzi e ragazze su cinque lasciano il ciclismo dopo i 12 anni perché troppo costoso, pericoloso e soprattutto perché mancano società e gare a cui partecipare.
In altre nazioni, come la Slovenia e la Danimarca il ciclismo è in crescita grazie all’ispirazione di fenomeni come Pogacar e Vingegaard. In Norvegia il ciclismo è sport di stato, mentre in Francia e Belgio le federazioni e gli sponsor continuano a finanziare team importanti nel World Tour.
La gestione della Federciclismo e i problemi interni
In Italia, da oltre dieci anni non è presente un team professionistico nel World Tour. I nostri tre team Professional sono Polti Visit MaltaBardiani Csf e Solution Tech tutti tra il 25° e il 30° posto del ranking mondiale, a rischio retrocessione in Serie C.
Una recente condanna ad alcuni dirigenti ha mostrato come il fenomeno Paga per Correre è ancora presente e diffuso. Inoltre, la gestione della Federciclismo presieduta da Cordiano Dagnoni è stata criticata per l’inerzia organizzativa e gestionale, la mancanza di un velodromo coperto e l’attribuzione di compensi ai consiglieri federali.
Dagnoni si difende affermando che la Federciclismo vince molto, ma la realtà è diversa. Un terzo delle medaglie viene dal settore paralimpico, un terzo da attività minori nel settore fuoristrada e una quota dall’attività su pista. Zero medaglie, invece, dall’attività professionistica su strada, dove non vinciamo l’oro mondiale dal lontanissimo 2008.
Il ciclismo italiano è a un bivio. Senza un cambiamento radicale, il rischio è quello di perdere per sempre il posto tra le grandi nazioni ciclistiche.



