Il mondo del ciclismo italiano piange la scomparsa di Giancarlo Ferretti, noto come il Sergente di ferro deceduto il 9 agosto 2026, nel giorno del suo 85° compleanno. Nato a Lugo in Romagna nel 1941, Ferretti ha lasciato un’impronta indelebile nel ciclismo, prima come corridore e poi come direttore sportivo.
La sua carriera è iniziata nel Baracca Lugo per poi passare alla Rinascita di Ravenna e alla Vital di Fusignano. Come professionista, dal 1963 al 1970, ha corso per squadre prestigiose come LegnanoSanson e Salvarani. Sebbene non abbia mai vinto una corsa tra i professionisti, ha costruito un rapporto fondamentale con Felice Gimondi di cui è stato gregario fidato e quasi un fratello.
Dall’ammiraglia arrivano le vittorie
Nel 1971, Ferretti ha guidato i dilettanti della Rinascita alla Coppa Italia. Due anni dopo, è entrato nel professionismo come direttore sportivo della Bianchi lavorando al fianco di Gimondi per dodici anni. Durante questo periodo, ha vissuto alcuni dei momenti più importanti della carriera del campione bergamasco, tra cui la Milano-Sanremo del 1974 il Mondiale di Barcellona e il Giro d’Italia del 1976.
Successivamente, ha guidato squadre come AriosteaMGRiso Scotti e infine la Fassa Bortolo dal 2000 al 2005. Durante la sua lunga carriera, ha contribuito a circa 870 vittorie delle sue squadre. Tra i corridori che hanno passato dalla sua ammiraglia ci sono Moreno ArgentinGianni BugnoMichele BartoliPaolo BettiniAlessandro Petacchi e Ivan Basso.
Il debole per Bartoli e la trasformazione di Petacchi
Ferretti aveva un debole particolare per Michele Bartoli che considerava quasi costruito per andare in bicicletta. Raccontava con orgoglio anche la trasformazione di Alessandro Petacchi arrivato alla sua squadra con una sola vittoria e partito dopo averne conquistate 105.
Il caso Frigo e l’altra faccia della Fassa Bortolo
Una delle vicende più controverse della carriera di Ferretti è legata a Dario Frigo. Nel 2005, durante il Tour de France la moglie di Frigo venne fermata dalla polizia francese e trovata in possesso di sostanze dopanti. Frigo, allora alla Fassa Bortolo, venne successivamente arrestato. Ferretti reagì pubblicamente con parole durissime, definendolo una canaglia e prendendo le distanze da lui.
Tuttavia, la vicenda non si chiuse con la semplice condanna del corridore. Nel 2009, la Corte d’appello di Chambéry ridusse a tre mesi con la condizionale la pena inflitta a Frigo e alla moglie. Soprattutto, la sentenza diede credito alla ricostruzione di Frigo sull’esistenza, all’interno della Fassa Bortolo, di un sistema di doping organizzato e sulle pressioni esercitate sul corridore perché vi si adeguasse.
Questo passaggio è importante per rileggere, a distanza di anni, le parole di Ferretti. Il direttore sportivo aveva addossato pubblicamente a Frigo la responsabilità dello scandalo e lo aveva descritto come un uomo che aveva tradito la squadra. La sentenza di Chambéry, invece, riconobbe come credibile la tesi di un contesto di doping sistematico e istituzionalizzato all’interno della squadra.
La fine di un mondo
Nel 2005, Ferretti scese dall’ammiraglia. Era l’anno in cui il ciclismo professionistico stava cambiando profondamente con l’introduzione del ProTour destinato a diventare il WorldTour. Il nuovo mondo dei manager, del marketing e della comunicazione aveva sempre meno spazio per una figura come la sua.
Ferretti aveva capito che qualcosa si era definitivamente chiuso. Aveva anche provato a tornare, senza riuscirci. E aveva scritto un libro, spinto anche da Gianni Mura per mettere in ordine una memoria che ormai apparteneva a un’altra stagione del ciclismo.
Il giorno più brutto è stato quando ho capito che non sarei più salito in ammiraglia aveva raccontato.



