Un’operazione dei carabinieri ha portato all’arresto di quattro persone ritenute parte di un gruppo di ultras con connotazioni neofasciste a Roseto degli Abruzzi (Teramo). L’intervento nasce da un’indagine coordinata dalla Procura di Teramo che ha ricostruito tramite sequestri di dispositivi elettronici e perquisizioni una rete organizzata che, secondo gli inquirenti, pianificava aggressioni contro immigrati, la comunità rom e strutture di accoglienza locali.
Gli elementi raccolti hanno portato all’esecuzione di misure cautelari e ad azioni investigative anche in altre province coinvolgendo unità speciali e mezzi aerei.
Al centro dell’inchiesta c’è il rapporto tra l’attività ultrà legata alla squadra di basket locale, militante in A2, e un nucleo politico-violento che si autoidentificava con simboli e slogan di estrema destra.
Dalle analisi delle chat e delle conversazioni, gli investigatori avrebbero trovato apologie del fascismo e del nazismo, inviti alla violenza e oggettistica connessa al gruppo. Le accuse spaziano da istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale fino a resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo di armi, con conseguenze che includono anche la violazione del Daspo per soggetti legati agli stadi.
Le indagini e gli arresti
Le indagini sono partite dall’analisi di un episodio particolarmente grave: l’assalto a tre auto dei Carabinieri avvenuto l’8 ottobre 2026 al termine di una partita tra Roseto e Pesaro. In quella circostanza, un gruppo di persone a volto coperto aveva colpito le pattuglie usando mazze e pietre, con danni documentati ai mezzi dell’Arma. A seguito del sequestro di telefoni cellulari, i militari hanno ricostruito scambi di messaggi che avrebbero dimostrato la pianificazione di altre azioni e la condivisione di ideologie estremiste, elementi che hanno indotto il Gip a disporre misure cautelari nei confronti di più indagati.
La struttura del gruppo e le comunicazioni
Secondo quanto emerso, la rete aveva una struttura più ampia rispetto ai singoli episodi di violenza sportiva: esisteva un movimento che si autodefiniva come di matrice neofascista e utilizzava chat private per coordinare iniziative. Dalle conversazioni recuperate sono emersi nomi, simboli e riferimenti organizzativi, nonché l’intenzione di colpire obiettivi sensibili come centri di accoglienza. Le autorità hanno quindi disposto numerose perquisizioni e il sequestro di materiale che potrebbe collegare i responsabili a ulteriori reati di odio razziale e danneggiamento.
Il movimento “Il Duce” e la chat “Youth rosetana”
Gli investigatori hanno individuato un presunto nucleo che, sotto l’etichetta “Il Duce“, comunicava in una chat denominata “Youth rosetana“; alcuni partecipanti si rivolgevano a se stessi come “Gioventù fascista rosetana“. È in queste conversazioni che sarebbero emersi messaggi d’odio contro stranieri e la condivisione di gadget e striscioni con simboli dell’estremismo. Il materiale digitale ha costituito la base probatoria per ricostruire il profilo ideologico e operativo del gruppo, consentendo di risalire ai partecipanti e alle loro responsabilità.
Collegamenti con gli assalti dell’8 ottobre 2026
Il collegamento tra la chat e l’episodio dell’8 ottobre 2026 è stato fondamentale: immagini, descrizioni e piani condivisi hanno permesso agli investigatori di associare alcuni dei partecipanti agli attacchi alle gazzelle. Durante quella notte, tre ultras avrebbero persino rotto il lunotto posteriore di una vettura dei Carabinieri mentre i militari si trovavano all’interno del mezzo. La gravità di tali gesti ha accelerato l’intervento dell’autorità giudiziaria, con la richiesta e l’ottenimento di misure cautelari per contenere la minaccia alla sicurezza pubblica.
Conseguenze giudiziarie e reazioni locali
Le misure eseguite hanno riguardato, oltre ai quattro arresti, altre restrizioni tra cui arresti domiciliari e obblighi di firma e dimora per diversi indagati. Le operazioni sono state svolte tra Roseto degli Abruzzi e Pesaro, coinvolgendo unità cinofile e un elicottero per le perquisizioni. Sul piano sociale, l’episodio ha suscitato preoccupazione tra le comunità locali e le istituzioni, che hanno ribadito la necessità di contrastare ogni forma di violenza politica e razziale e di proteggere le persone più vulnerabili dai rischi di aggressioni pianificate.