Lead: numeri che pesano sul futuro delle fintech
Nel suo lavoro con Deutsche Bank, Marco Santini guarda ai dati con uno sguardo pratico: nel 2025 gli investimenti globali nelle fintech hanno superato i 120 miliardi di dollari, ma il rendimento medio sul capitale (ROE) delle startup fintech si mantiene vicino al 6% — molto sotto la media del mondo bancario tradizionale.
Quel gap tra capitale raccolto e profittabilità non è un dettaglio tecnico: definisce la fragilità di un intero modello di mercato.
Un bagaglio di esperienze che torna utile
Chi opera nel settore ha memoria delle bolle e dei cicli ripetitivi. Santini richiama gli anni seguenti al 2008, quando la corsa alla crescita, spesso senza adeguata due diligence, ha amplificato i rischi sistemici.
La crescita fine a se stessa, senza controlli su liquidità e sostenibilità del modello commerciale, tende a generare shock: quando i mercati si irrigidiscono, le aziende meno solide sono le prime a soffrire.
Metriche che contano davvero
I numeri dicono dove guardare.
Per le fintech con meno di cinque anni il tasso di cessazione attività oscilla intorno al 35% nei mercati principali: una soglia che impone attenzione. Tra gli indicatori chiave rimangono margine lordo, customer acquisition cost (CAC) e lifetime value (LTV). Un rapporto LTV/CAC frequentemente sotto 1,5 segnala che acquisire clienti costa più di quanto questi generano, compromettendo la sostenibilità a medio termine.
Sul fronte del credito, lo scenario è cambiato: lo spread tra i tassi retail delle fintech e quelli delle banche tradizionali si è compresso, passando da circa 220 punti base nel 2019 a 90 punti base negli ultimi rilevamenti OCSE. Tradotto: margini più stretti e maggiore pressione sui costi operativi, con impatti diretti sulla redditività.
La liquidità resta il fattore critico. La cosiddetta liquidity runway — quanto a lungo una società può operare senza nuovi finanziamenti — può decidere le sorti di un’impresa. Dipendere eccessivamente da capitali di venture o avere pochi grandi investitori significa esporsi a rischi concentrati: una runway sotto i 12 mesi è un campanello d’allarme, soprattutto in fasi di stretta del credito.
Rischi operativi e di concentrazione
La crescita senza governance mette in evidenza due vulnerabilità ricorrenti: gestione insufficiente del liquidity risk e concentrazione del funding. A questi si aggiungono rischi legati alla struttura commerciale e all’efficienza operativa. Monitorare costantemente le metriche citate è quindi più che raccomandabile: è una misura pratica per evitare che problemi isolati si trasformino in tensioni sistemiche.
Che cosa chiedono i regolatori
Negli ultimi anni enti come BCE e FCA hanno intensificato l’attenzione sulle fintech, spingendo per maggiore trasparenza e resilienza operativa. Le richieste concrete includono stress test, piani di continuità e controlli specifici sulla sicurezza ICT, oltre a limiti prudenziali per proteggere clientela retail meno esperta. L’obiettivo è semplice: attenuare i rischi verso i consumatori e la stabilità finanziaria.
Sul piano del capital treatment, si è aperto un dibattito rilevante: applicare requisiti simili a quelli bancari alle piattaforme che svolgono funzioni sostanzialmente bancarie significa ricalibrare il modo in cui si valuta il rischio e si struttura il capitale. Questo spostamento, se concretizzato, modificherà anche il modo in cui le principali piattaforme attraggono investimenti e pianificano la crescita. Aspettarsi più due diligence e reportistica armonizzata nei prossimi anni è realistico.
Cosa conta per investitori e manager
Per chi mette soldi sul mercato la selezione si sposterà verso chi dimostra unit economics solidi, governance credibile e compliance integrata nei processi. Le piattaforme con modelli operativi fragili avranno difficoltà a raccogliere capitale; al contrario, chi sa bilanciare crescita e controllo operativo potrà guadagnare terreno. In sostanza, la disciplina operativa diventerà un fattore competitivo, non solo un obbligo normativo.
Fonti e attendibilità dei dati
Le analisi citate si basano su report di BCE, FCA, studi McKinsey Financial Services e dati Bloomberg: dataset essenziali per valutare liquidità, profittabilità ed esposizione sistemica. L’esperienza nelle istituzioni finanziarie insegna che la qualità della due diligence dipende dalla comparabilità e dall’affidabilità delle metriche utilizzate. Armonizzare questi indicatori facilita decisioni d’investimento più solide e una vigilanza più efficace.
Uno sguardo avanti
Chi opera nel settore ha memoria delle bolle e dei cicli ripetitivi. Santini richiama gli anni seguenti al 2008, quando la corsa alla crescita, spesso senza adeguata due diligence, ha amplificato i rischi sistemici. La crescita fine a se stessa, senza controlli su liquidità e sostenibilità del modello commerciale, tende a generare shock: quando i mercati si irrigidiscono, le aziende meno solide sono le prime a soffrire.0