La storia del calciomercato: dagli scambi di provincia ai Top Players

Il calciomercato si sviluppa nella seconda metà del '900: tra regole e scambi, scopriamo come nasce uno dei momenti più avvincenti del calcio moderno.

L’estate è un periodo fatto per rilassarsi e godersi le vacanze. A molti però manca una cosa: il calcio giocato. Vero, grazie a ogni genere di competizione è oggi possibile godersi una partita di pallone in qualsiasi momento, ma nulla si avvicina alle emozioni della Champions League o a quelle del derby della Madonnina.

E allora per tenere accesa la rivalità tra le tifoserie e per mantenere quel pizzico di curiosità ci pensa il calciomercato. Un momento sempre delicato, fondamentale per costruire la squadra per la nuova stagione. Tuttavia qual è la storia del calciomercato? Quando nasce? Scopriamolo insieme, senza dimenticare i freddi inverni del mercato di riparazione.

La storia del calciomercato: lettere, hotel e grandi campioni

Per iniziare a parlare di calciomercato bisogna aspettare la seconda metà del ‘900.

Tuttavia fin dalle origini del gioco ci furono delle parvenze di scambi, seppur non regolamentate. Il primissimo colpo di mercato potrebbe essere quello di Fergus Suter, primo calciatore pagato per giocare, la cui vicenda è trattata nella miniserie tv Netflix “The English Game”. Siamo ancora però nel IX secolo, con un calcio lontano da quello che conosciamo noi. Altre fonti sostengono che invece il colpo numero uno fu quello che vide coinvolto Archie Goodall, centrocampista del Preston North End, che venne acquistato dall’Aston Villa prima dell’inizio della Football League, il primo campionato professionistico della storia.

Le cose si fanno più complesse con l’inizio dello scorso secolo.

La carta di Viareggio: nasce il professionismo in Italia

Ad inizio ‘900 in Italia erano presenti diversi club, come Juventus e Milan. I giocatori non erano riconosciuti come professionisti e i pagamenti erano vietati dal regolamento. Ci sono però diverse testimonianze di “accordi fra gentiluomini”, con scambi di lettere o visite a domicilio per trattare i giocatori più interessanti. Questo avveniva in un raggio geografico limitato, con ingaggio di giocatori di squadre vicine. Nonostante il divieto di instaurare trattative economiche, furono diversi gli sgarbi alla regola. Il più celebre fu il passaggio di Renzo De Vecchi dal Milan al Genoa nel 1913 per 24.000 lire.

Nel 1922 venne introdotta una nuova regola, ossia che i giocatori non potevano cambiare squadra, se non all’interno della propria provincia. Fu il regime fascista a mettere nei paletti all’interno di una vicenda che vedeva il mondo del calcio diventare sempre più grosso. Nel 1926 venne firmata “La carta di Viareggio”: il documento creò una divisione tra dilettanti e non, ponendo l’inizio dell’era del professionismo. Altri punti importanti furono la regolamentazione degli stranieri (solo 2 a rosa, salvo poi vietarli dal 1928) e l’annullamento della regola degli scambi solo in provincia.

Raimondo Lanza di Trabia e l’avvio del calciomercato moderno

Fino agli anni ’50 gli scambi tra le società erano la normalità, regolamentatati grazie alla Carta di Viareggio. Dal 1926 in poi non furono però anni facili a causa del regime e della II Guerra Mondiale. Nel dopoguerra la svolta nella storia del calciomercato: Raimondo Lanza di Trabia, presidente del Palermo, decise di ricevere all’interno di un hotel milanese i vari dirigenti. Nacque così l’idea di creare una dimora fissa per le trattative tra i club, con l’Hotel Gallia che fu il primo ad avere questa funzione.

Il tutto è incentivato dal periodo storico. Le nuove tecnologie, come la televisione, rendono il calciomercato un fenomeno mediatico e seguito da tutti gli appassionati. A ciò va aggiunto il boom economico, che fece aumentare le disponibilità economiche dei presidenti delle squadre e di conseguenza anche il valore dei giocatori. Un esempio fu quello del senatore Achille Lauro che, con l’acquisto dell’attaccante atalantino Jeppson, superò per la prima volta le 100mila lire spese per un calciatore. Fu l’inizio di un’ascesa importante delle cifre spese per accaparrarsi i migliori talenti: ad oggi l’acquisto più imponente è quello di Neymar da parte del Paris Saint-Germain, per 222 milioni di euro.

Dallo stop agli stranieri alla riforma del 2001

Nel 1966 venne nuovamente introdotto, come ai tempi del fascismo, lo stop all’acquisto di giocatori stranieri. La scelta derivò dal fatto che la nazionale azzurra aveva fin lì raccolto miseri risultati, disputando quell’anno un pessimo mondiale. Sotto questo aspetto la decisione si rivelò azzeccata vista la vittoria dei mondiali nel 1968 e più in là la vittoria mondiale dell’82. D’altro canto ciò comportò un aumento del prezzo dei giocatori italiani: un esempio fu l’acquisto di Giuseppe Savoldi per ben 2 miliardi di lire da parte del Napoli.

In quegli anni venne introdotta anche la comproprietà e il sistema delle buste: questo sistema, che causò diversi episodi singolari, venne poi abolito nel 2014. Nel 1980 venne invece rintrodotta la possibilità di acquistare giocatori stranieri. Fu il periodo dei grandi campioni: da Falcao a Platini, fino all’arrivo dell’indimenticabile Maradona.

Nel 1995 accadde una vicenda che vide coinvolto il belga Jean-Marc Bosman, giocatore del RFC Liegi, nonostante il suo contratto fosse ormai scaduto da cinque anni. Il giocatore, intenzionato ad andare a giocare in Francia, era costretto a rimanere a Liegi a causa della mancanza di un accordo economico fra i due club. Bosman decise di rivolgersi alla Corte dei Diritti Europea, dove trovò ragione. Venne così decretato che:

I calciatori dell’Unione europea potevano trasferirsi gratuitamente, alla scadenza del contratto, a un altro club purché facente parte di uno Stato dell’UE; inoltre se il contratto corrente ha una durata residua non superiore al semestre, il calciatore può firmare un pre-contratto gratuito con la nuova società.

A questa sentenza va sommata la decisione della riforma del 2001, altro momento chiave nella storia del calciomercato. Venne decretato che un calciatore avrebbe potuto, con le giuste motivazioni, decidere di rescindere il contratto con la propria società. Da quel momento i giocatori avrebbero assunto sempre più maggior peso, anche grazie alle figure dei procuratori e ad un maggior aumento delle cifre in circolazione con l’ingresso di sceicchi e grandi proprietà.

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